ISHI o l’Ultimo degli Yahi

Risultati immagini per ishi indian museumPochi giorni fa ho sentito per la prima volta parlare di Ishi, l’ultimo superstite della tribù indigena californiana degli Yahi. La sua gente fu gradualmente sterminata dai bianchi durante la corsa all’oro del XIX secolo.  Si crede che Ishi sia nato nel 1860 anche se non si hanno date certe o informazioni sicure sulla sua nascita. Ishi – nome che gli fu dato in seguito e che significa, nella sua lingua, ‘uomo’ – ha appena quattro anni quando i coloni iniziano a massacrare la sua tribù. La  sua vita  subisce un duro colpo nel 1864 quando i bianchi uccidono ben trecento indiani Yahi riunitisi in preghiera sulla cima del Oak Run. Si susseguono in pochi anni diversi stermini che porteranno la tribù degli Yahi a darsi alla macchia. Cosí, il giovane Ishi cresce e diventa adulto nella natura. Tristemente però,  è costretto a far ritorno alla civiltà quando anche l’ultimo membro della sua gente muore. È solo, in un mondo per lui del tutto incomprensibile, quando compare nei pressi di Oroville.  Le autorità lo consegnano ad alcuni antropologi che si incaricano di studiarne i comportamenti e le abitudini. Ishi inizia a lavorare come custode e artigiano presso il museo di scienze sociali del Golden Gate Park di San Francisco. Gran parte del sapere tribale del popolo Yahi sarebbe andato irrimediabilmente perduto se non fosse stato per l’opera del Professor Alfred Kroeber, che insistette affinchè il nativo non fosse inviato in una riserva qualsiasi, ma venisse integrato alla società americana del primo Novecento. L’indiano visse per ben quattro anni mostrando ai bambini, in visita al museo, le tecniche per creare perfette asce, arpioni, lance e frecce.  La seconda moglie di Kroeber, Theodora, racconta in  Ishi in Two Worlds l’esperienza umana dell’ultimo degli Yahi. Per diverso tempo la storia di Ishi è forse risultata incisiva più per le contrapposizioni Natura/Cultura e Selvaggio/Civilizzato che a lungo avevano direzionato l’antropologia ottocentesca, che per il problema etico che comporta l’inserire un individuo selvaggio all’interno di una realtà tanto avulsa. Douglas Cazaux Sackman, nel libro Wild Men: Ishi and Kroeber in the Wilderness of Modern America( Oxford University Press; 2010) cerca di approfondire non solo la figura del nativo, ma anche quella dello studioso che con caparbietà lo volle osservare, il dottor Kroeber, e tutti gli spunti di riflessione che il dualismo Etnia/Massa può rivelare. Gran parte dell’opinione pubblica indiano-americana trova la questione scandalosa poichè ritiene che il caso Ishi sia solo l’ennesimo triste esempio di sfruttamento delle minoranze ad opera degli statunitensi:  l’aver portato Ishi nella città di San Francisco sarebbe stata, secondo Mark Day dell’Indian Country Today,  una decisione incivile e sconvolgente dettata più dalle velleità di popolarità di

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Kroeber che dalla compassione verso un derelitto alienato quale Ishi. A sostegno di questa tesi si aggiungono due tristi questioni, la prima – ormai provata – riguarda la triste e dolorosa morte del nativo, stron

cato dalla tubercolosi nella solitudine di una triste e solitaria dimora dopo appena cinque anni di vita “civilizzata”. La seconda, mai acclarata, secondo la quale il cervello di Ishi sarebbe stato ceduto allo Smithsonian Institute per scopi scientifici proseguendo il succitato sfruttamento della figura del selvaggio giá aborrita dalle minoranze indiano-amicane. L’argomento è approfondito  da Orin Starn in Ishi’s Brain (W.W. Norton & Co., 2004). Consiglio, infine, agli appassionati di cinema il film dei fratelli Coen, The Ballad of Buster Scruggs (2018) che vi calamiterà nelle atmosfere della frontiera americana ricca di black humor, sparatorie, stenti e fatica dove si riflette sul binomio selvaggio/civilizzato: infatti i primi coloni giungevano, chi con la cultura, chi con passati burrascosi, chi soli e chi in compagnia, in un territorio dannatamente ostile nel quale solo il più spregiudicato poteva sopravvivere. I Coen ci mostrano una società bianca animalesca e vendicativa, quasi a chiederci: pensate ancora che i selvaggi siano gli Indiani?

Boris Pasternak — Laboratori Poesia

“Le poesie di Zivago” sono fortemente presenti nel romanzo del “Dottor Zivago”. Jurij Zivago scrive e pubblica poesie proprio come Pasternak. E Jurij nel romanzo “vive lo stesso dissidio del suo autore tra l’artista e la società, tra la poesia e la politica, tra l’arte e la storia, tra l’amore e il matrimonio….

via Boris Pasternak — Laboratori Poesia